PAOLA SOSIO + CONTEMPORARY ART
Luca Gilli, di Cavriago, Reggio Emilia.
Tra i suoi più noti progetti e relative pubblicazioni si ricordano: Blank, Un musée après, Raw State, Incipit, Sinestesie, Plenum, Incognita, Perimetro divano, Umwelt 2022 (Premio BDC Bonanni Del RIo Catalog), Realismo Magico 2022 (Fattoria di Celle - Collezione Gori), Paesaggi Contemporanei Radicondoli 2023.
È finalista e vincitore di importanti premi, le sue opere fanno parte di collezioni private e di musei di fotografia e di arte contemporanea italiani ed europei.
LUCA GILLI
lo sguardo dell’artista – intervista su ArtsLife
Rendere straordinario l'ordinario
L’attenzione alla luce, il rigore formale,la capacità di trasformare spazi ordinari
in visioni sospese e contemplative.
In questa bella intervista di Rebecca Delmenico su ArtsLife vengono affrontati
con precisione e sensibilità aspetti fondamentali della ricerca artistica di Luca Gilli.
Un’occasione preziosa per scoprire o (ri-scoprire) il suo sguardo — e qualcosa in più di lui.
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Luca Gilli, "Raw State #5403", Chiostri di S. Pietro, Reggio Emilia, 2013-2023,
stampa giclée su carta Canson Baryta Photographique,
cm 100 x 150, Edizione di 3 esemplari + 2. P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
DALLA RICERCA SCIENTIFICA ALLA FOTOGRAFIA:
un percorso artistico ispirato dalla natura
RD: Quando hai iniziato a dedicarti alla fotografia e hai poi deciso di intraprendere questo percorso?
LG: Ho iniziato a praticare la fotografia con una certa sistematicità sul finire degli anni ottanta per documentare aspetti delle ricerche scientifiche che conducevo in natura e in laboratorio per conto dell’Università di Parma e di altri enti. Negli anni seguenti ho vissuto un crescente “divagamento creativo”, sia in natura che altrove, con radici sempre ben piantate nella realtà, ma con più di un ramo proteso verso l’astrazione e una certa trasfigurazione, che da sempre mi seduce.
RD: Un forte legame con la natura per un viaggio fantastico, oltre le apparenze. Mi parli del legame con la natura nelle tue immagini?
LG: Credo lo si sia capito già dalla prima risposta che la natura è da sempre al centro della mia vita: una madre sacra e universale, ineguagliabile e affascinante, da amare e rispettare, in cui continuare a rispecchiarsi, perdersi e ritrovarsi, e dalla quale apprendere senza soluzione di continuità. […] Mi sembra che questo mio sentire la natura in ogni dove si rifletta su qualsiasi tipo di soggetto fotografato.

Luca Gilli, “Untitled #4009”, Maiorca, 2019-2025
Stampa giclée su carta Canson Baryta Prestige II,
cm 58x87, misure variabili, edizione di 7 esemplari totali + 2 P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
DALLA RICERCA SCIENTIFICA ALLA FOTOGRAFIA:
un percorso artistico ispirato dalla natura
RD: Qual’è il tipo di macchina fotografica con cui preferisci scattare?
LG: Premesso che non sono un feticista dell’attrezzatura, ti posso raccontare che durante il periodo più naturalistico/documentale degli anni ‘90 lavoravo con pellicole diapositive a colori principalmente nel formato 24x36 mm. Poi ho praticato per diversi anni soprattutto il bianco e nero analogico con una reflex 6x7cm e un banco ottico (folding) 10x12cm, stampando personalmente in camera oscura ogni negativo.
Con il ritorno al colore si è ripresentata anche la reflex 24x36 mm, ma questa volta digitale e corredata da pochi, pochissimi, obiettivi. Nel tempo mi sono convinto a utilizzare un’attrezzatura sempre più agile e leggera e, ciò, nonostante pratichi una fotografia lenta e meditativa. L’attrezzatura e le procedure sono sempre un valido mezzo per interporre una certa, “giusta”, distanza tra il fotografo e il suo soggetto, sono uno strumento utile di analisi e verifica in tempo reale, ma, soprattutto in fase di ripresa, per quel che mi riguarda, non devono pretendere troppa energia e attenzioni. Da qualche anno ho affiancato la reflex con una mirrorless medio formato che si sta comportando abbastanza bene.

Luca Gilli, “Blank #2674”, Reggio Emilia, 2011-2026
Stampa giclée su carta Canson Baryta Prestige II,
cm 100x150, edizione di 5 esemplari + 2 P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
LA FOTOGRAFIA COME ESIGENZA D’INCONTRO CON LA REALTÀ: la propria e quella del mondo
LG: è un’esigenza fisica e mentale, ma anche una bella responsabilità, è una relazione d’amore con la realtà e con la vita in tutte le declinazioni. Tramite la fotografia cerco l’incontro, la relazione, l’esposizione al mondo, cerco di esplorare con una certa “semplicità euristica” la complessità attuale, soprattutto nell’ordinario, per approdare a sintesi poetiche, ma anche documentali, che mi corrispondano e risultino in qualche misura accessibili, attive e rilevanti rispetto a contesti più ampi e generali.
Le pratiche virtuali e la cosiddetta intelligenza artificiale stanno saturando l’ovunque con la loro comodità, il loro fascino e la loro potenza innovativa, credo che parallelamente ci sia bisogno di rimettere al centro anche delle sane esperienze fisiche fattuali quotidiane. Senza per questo rallentare o trascurare lo sviluppo e il potenziale delle nuove tecnologie.
RD: Sei solito scegliere spazi neutri, cantieri in via di costruzione o personalizzazione, luoghi non chiaramente connotati, palazzi antichi, come mai questa fascinazione?
LG: Nella sua essenza il cantiere, soprattutto se vissuto dall’interno, è ovunque sempre uguale a sé stesso: un ambito in rapida trasformazione, caotico, frenetico e rumoroso. Proprio come il nostro tempo, come la nostra vita. Agire fotograficamente nell’intimità lacerata e, spesso, impresentabile di questi luoghi in divenire sopraffatti dall’ansia della meta e di nascondere rapidamente i segni “meno conformi” al presente di un loro eventuale passato. È stata inizialmente anche una risposta all’esigenza di interagire con ambiti privi, all’origine, dell’armonia e dell’incanto che ho sempre ritrovato nella natura, persino nelle sue manifestazioni più cruente.

Luca Gilli, “Untitled #0660”, Mantova, 2023-2025
Stampa giclée su carta Canson Baryta Prestige II,
cm 58x77, misure variabili, edizione di 7 esemplari totali + 2 P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
LA FOTOGRAFIA COME ESIGENZA D’INCONTRO CON LA REALTÀ: la propria e quella del mondo
RD: Le tue immagini sono pacate, silenziose, rendono l’ordinario straordinario, come giungi a questo risultato?
LG: Le procedure mentali e operative che generano foto e progetti restano per diversi aspetti un bel mistero, potrei dire che semplicemente mi sono connaturate, si compiono. In primis mi sembra di ottenere quelle caratteristiche di cui parli attraverso un processo mentale e sensoriale, tramite un lasciarmi attraversare completamente dalle relazioni con una grande predisposizione al coinvolgimento sinestesico e al riparo da ogni tipo di giudizio. Intravedo il mio agire fotografico come una specie di meditazione, di esercizio, quasi un rituale che, instabile sulla soglia tra natura e artificio, si rinnova con metodo oramai da anni come un possibile rimedio omeopatico sistemico per la prevenzione della perdita di sé e dell’altro, come una pratica di accesso a stati profondi di presenza a sé stessi e al mondo.
Inoltre, da sempre eseguo personalmente tutte le operazioni che dallo scatto portano all’immagine compiuta in modo da approfondire lo scambio, l’intimità, con le singole fotografie e con i progetti che esse realizzano. È soltanto alla fine di questo lento corpo a corpo che le fotografie e i progetti mi corrispondono ampiamente, almeno in quel momento.
RD: Come mai hai scelto di non inserire persone nelle immagini?
LG: posso dire che questa assenza non vuole essere un rifiuto del corpo e delle persone, ci mancherebbe! Credo invece si tratti paradossalmente proprio dell’opposto, di un estremo interesse e “rispetto” per entrambi. Tuttavia, banalmente, non mi sembra sempre necessario includere le persone per provare a riflettere a fondo su di noi, sulla nostra vita e sul nostro mondo, perfino sul nostro corpo. Non di rado la presenza umana finisce per connotare e monopolizzare la forma e il senso dell’immagine o, quantomeno, li sposta a prescindere e immediatamente in direzioni principali un po’ diverse da quelle che, almeno fino ad oggi, cerco di esplorare.
Comunque, per il futuro non escludo nulla nemmeno rispetto al ritratto e all’utilizzo delle persone: il cambiamento e la contraddizione sono importanti e sempre dietro l’angolo anche per un fotografo.

Luca Gilli, “Blank #9916”, Montecchio Emilia, 2012-2026
Stampa giclée su carta Canson Baryta Prestige II,
cm 100x150, edizione di 3 esemplari totali + 2 P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
FAR LUCE OLTRE LA SOGLIA DELL’APPARENZA
RD: Possiamo dire che il tuo è un procedere alla ricerca dell’essenza delle cose?
LG: Rispondere a questa domanda è, almeno per me, complicato perché non so ancora bene cosa sia l’essenza delle cose, per quanto, nella sua vaghezza, si tratta di una nozione che da sempre mi attrae e mi interroga.
In linea generale, mi interessa una fotografia che si accorge anche della cosa in sé, che non è completamente succube della contingenza e dell’istante, che cerca di riappropriarsi, nella persona del fotografo e dentro le relazioni e le procedure della fotografia, del potenziale della meraviglia e dell’ascolto, che prova a scrollarsi di dosso gli eccessi di protagonismo e spettacolarizzazione, fatto salvo qualche isolato coup de théâtre, sempre avvincente e utile per agganciare possibili nuovi interlocutori. E ancora, mi intriga una fotografia che si prende il tempo e si raccoglie intimamente sul “«dorso delle cose» … che si intravede al di là della loro superficie”, sul visibile che ritrae e, al contempo, sull’invisibile che in esso si ritrae, che prova a sintonizzarsi anche su ciò che esclude e su quella specie di “radiazione di fondo” che, mi piace pensare, attraversi oggetti, situazioni e la stessa fotografia come una sorta di senso e memoria collettivi, sottesi e archetipici. È probabile che tutto ciò abbia a che fare, almeno dal punto di vista della mia predisposizione d’animo, con la ricerca di una qualche essenza delle cose e dei luoghi che fotografo.
RD: Le tue immagini riprendono spazi reali eppure sembrano fuori dalla realtà, metafisiche, è un effetto che cerchi?
LG: Non si tratta di un effetto che ricerco a prescindere, semmai tramite un qualche “make-up” posticcio di Photoshop. È piuttosto qualcosa che, quando avviene, si compie e manifesta molto lentamente nell’esperienza del mio fare, sentire e pensare la fotografia, proprio come sintesi espressiva di tutto ciò di cui ti sto parlando. Per me una significativa e concreta aderenza al reale, almeno per quanto possibile in fotografia, continua a essere un presupposto necessario, vivo e tangibile.

Luca Gilli, “Untitled #5961”, Padula, 2016-2023
Stampa giclée su carta Canson Baryta Prestige II,
cm 100x150, edizione di 3 esemplari + 2 P.A.
Luca Gilli
RENDERE STRAORDINARIO L'ORDINARIO
Estratto dall'intervista di Rebecca Delmenico per ArtsLife (2025)
FAR LUCE OLTRE LA SOGLIA DELL’APPARENZA
RD: Mi parli del ruolo della luce nelle tue opere e del colore, in particolare del bianco?
LG: Ho praticato per anni il bianco e nero analogico con tutte le sue magnifiche procedure in camera oscura, ma a un certo punto sono passato al colore, che d’altronde avevo già ampiamente utilizzato negli anni iniziali più “naturalistici”.
Il colore è l’energia di cui ho bisogno fisicamente ed è anche quell’energia reale capace di trasformare le cose del mondo, noi compresi. La natura è nei colori che sono nella luce, anzi, sono la luce stessa, che a sua volta è alla base della nostra relazione col mondo e madre in fotografia: una madre mutevole e costitutivamente ambigua come lo sono la realtà, le relazioni, le persone e lo stesso mezzo fotografico. Tramite una luce “lenta”, “densa” e diffusa, dove le ombre si perdono e fatta spesso di molti bianchi, ricerco atmosfere sospese, in attesa, capaci, almeno nella mia intenzione, di spostare un po’ di attenzione e di pensiero dal noto all’ignoto dalle cose alle relazioni tra le cose, così da portare a considerare oggetti, luoghi e situazioni non solo in quanto tali, ma anche come possibili nodi di fenomeni e processi in divenire, compresi quelli dell’immaginazione.
In tutto ciò il bianco è il valore aggiunto che eccede la semplice somma dei colori, è il vuoto generatore e la possibilità stessa per ogni pieno, è, per così dire, lo spazio di incontro tra la persona, la realtà e la memoria, direi che rappresenta la possibilità stessa dell’incontro e della relazione.
All’inizio lavorare con il bianco è stata un po’ una sfida visto che, come evidenzia anche Quentin Bajac nell’apertura del saggio sul mio progetto “Blank”, nella storia della fotografia il bianco non è stato così tanto frequentato, sicuramente molto meno del nero, che per diversi aspetti è più accessibile e malleabile.
RD: Ti identifichi con le tue immagini, nel modus espressivo?
LG: L’identificarsi o meno in ciò che si fa, nei risultati che si ottengono, è sempre un qualcosa di dinamico e volubile sottoposto a tutte le verifiche e le trasformazioni del tempo.