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George Tatge

George Tatge è nato nel 1951 da madre italiana e padre americano. Ha trascorso l’adolescenza tra l’Europa ed il Medio Oriente prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Laureato in letteratura inglese, incominciò a studiare la fotografia con l’ungherese Michael Simon. Si trasferì in Italia nel 1973 e fece subito la prima mostra alla Galleria Il Diaframma in Via Brera. Ha lavorato prima a Roma come giornalista e quindi a Todi, dove ha scelto di vivere per dodici anni, scrivendo per Art Forum e altri, e portando avanti le sue ricerche fotografiche. Ha presentato mostre in America ed in Europa e le sue opere fanno parte di collezioni tra cui quella del Metropolitan Museum di New York, del George Eastman House di Rochester, del Houston Museum of Fine Arts, del Centre Canadien d’Architecture a Montreal, del Helmut Gernsheim Collection a Mannheim e della Maison Européenne de la Photographie di Parigi. E’ stato dal 1986 al 2003 il direttore della fotografia alla Fratelli Alinari di Firenze. Nel 2010 è stato assegnato il Premio Friuli Venezia Giulia per la Fotografia. La sua mostra “Italia metafisica”, ha aperto a Firenze nel 2015 prima di girare l’Italia. Il catalogo, edito da Contrasto, ha vinto un premio IPA della Lucie Foundation di N.Y. e il Premio Ernest Hemingway di Lignano Sabbiadoro. Nel 2012 ha iniziato a dedicarsi al colore e nel 2019 ha tenuto la mostra Il Colore del Caso a Palazzo Fabroni di Pistoia. La maggioranza delle sue immagini sono fatte con un banco ottico 13 x18cm Deardorff. Vive a Firenze.

Artworks

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Homage to Anselm Kiefer, 2025

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 13 x 18 cm

cm 135 x 95 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

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Edicola Roncoferraro MN, 2023

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 13 x 18 cm

cm 62 x 88 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

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Cavi Peretola FI, 2024

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 13 x 18 cm

cm 135 x 95 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

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Dall’argine MN, 2023

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 10 x 12 cm

cm 62 x 78 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

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Parco Tomassini TS, 2025

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 13 x 18 cm

cm 135 x 95 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

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Galleria Sandrinelli TS, 2025

Stampa giclée su carta Canson Baryta da negativo 10 x 12 cm

cm 135 x cm 95 + dimensioni variabili all’interno della stessa tiratura

Edizione di 15 esemplari totali + 2 pa.

Le fotocamere Deardorff

 

Le fotocamere Deardorff furono prodotte a Chicago tra il 1923 e il 1988. Venivano realizzate in diversi formati: 8x10 pollici (20x25 cm), 5x7 pollici (13x18 cm) e 4x5 pollici (10x12 cm). Costruite in legno di mogano, cedro e ciliegio, erano estremamente affidabili anche nei viaggi tra climi caldi e freddi. Furono utilizzate da fotografi celebri come Paul Strand, Ansel Adams, Richard Avedon, Helmut Newton e Annie Leibovitz. In Italia sono state usate da Oliviero Toscani e sono tuttora utilizzate da Guido Guidi.

 

Il motivo del loro grande successo risiede nella loro leggerezza, compattezza e versatilità: sono fotocamere pieghevoli, a differenza delle pesanti macchine a banco ottico da studio, come le Sinar o le Linhof.

Il vantaggio rispetto ai formati più piccoli è che sono progettate in modo che l’obiettivo sia indipendente dal dorso della fotocamera. La possibilità di regolare le linee di convergenza in base alle dimensioni del negativo consente di realizzare stampe di grandi dimensioni senza perdere nitidezza o definizione.

 

Personalmente ho sempre amato questa macchina perché mi costringe a rallentare, a osservare il soggetto con grande attenzione e consapevolezza. L’immagine proiettata sul vetro smerigliato nel retro della fotocamera è debole e può essere vista chiaramente solo sotto un panno nero. L’aspetto più affascinante è che l’immagine appare capovolta e invertita! Perciò, osservandola, non è più possibile razionalizzare: la ragione scompare. In quel momento contano solo gli aspetti compositivi: l’equilibrio tra linee e forme, tra luce e ombra, tra pieni e vuoti. Il legno della fotocamera, poi, è di una bellezza straordinaria. E ha anche un profumo meraviglioso!

 

In tutta la fotografia analogica (con l’eccezione della Polaroid) esiste sempre un intervallo tra il momento dello scatto e quello in cui si vede l’immagine sviluppata e stampata. Questo tempo sospeso obbliga il fotografo a riflettere più profondamente su cosa e perché ha scelto di fotografare un determinato soggetto, se ha preso le decisioni giuste, sulla scelta della pellicola, dell’obiettivo da montare, della distanza alla quale posizionare il cavalletto. Con la fotografia digitale, invece, l’immagine è immediata: il fotografo la guarda per pochi secondi e poi prosegue. Gli zoom, utilizzati dalla maggior parte dei fotografi digitali, li rendono pigri: invece di avvicinarsi o allontanarsi, ruotano semplicemente la ghiera dell’obiettivo e scattano. Io sono convinto che l’aspetto più importante di questa arte sia il punto in cui si decide di posare i piedi prima dello scatto. Spostarsi anche solo di pochi passi può cambiare completamente l’immagine, modificando il rapporto tra soggetto e sfondo.

 

La maggior parte dei fotografi conduce una vita molto solitaria. La solitudine è una condizione essenziale nella ricerca delle immagini. Tuttavia, preparare uno scatto può anche diventare un momento di incontro con i passanti. Spesso le persone si fermano a chiedermi che tipo di macchina stia usando, e questo può dar vita a incontri meravigliosi e inattesi con persone che altrimenti non avrei mai conosciuto. Molte volte contribuiscono con informazioni sul soggetto che non avrei mai potuto sapere. Ricordo di aver trovato una grande struttura circolare in cemento ai margini di un campo. Un’anziana signora che si fermò a parlarmi mi raccontò che il ricco proprietario del terreno l’aveva costruita come serbatoio d’acqua, ma non aveva mai trovato abbastanza acqua. Così lei e le sue sorelline amavano entrarci e trascorrere le giornate danzando. È un’immagine secondaria bellissima, che porterò con me per sempre.

paola sosio contemporary art milano | +39.340.8679527 │paolasosiogallery@gmail.com | p.iva 12343870965| office @ via piranesi, 22 milano 20137  | exhibitions - on line - @ contemporary art fairs

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