stanze

 

“Stanze”, un tempo, anch’io giocavo.

Nella contemporaneità in cui viviamo coniugare la bellezza inquieta del passato con la luccicante seduzione del futuro è insieme una necessità e una scelta. Lo sapeva o forse solo lo intuiva Paolo Vergnano mentre camminava nelle campagne delle sue Langhe andando alla ricerca di luoghi solitari e quindi proprio per questo carichi di fascino, casolari abbandonati in cui è entrato dapprima solo spinto dalla curiosità, poi animato dall’idea di conferire loro una nuova vita. Lo possiamo immaginare mentre, varcando soglie chiuse da tempo, sofferma lo sguardo sui segni di vita lasciati dagli ultimi abitanti che se ne sono andati lasciando la porta di un armadio aperta su uno scaffale, una cucina economica in mezzo a una stanza vuota, una sedia a sdraio aperta accanto a un mobile un tempo pregiato. Tornato a casa con quel bottino di immagini, Vergnano “entra” nella sua camera chiara per trasformare radicalmente quei luoghi caratterizzati da una spettacolarità teatrale e da un silenzio antico. Si sente un improvviso battere d’ali, un rumore di zoccoli sulle scale, un mescolarsi di stridori, versi, nitriti che preludono alla vista di animali che fanno rivivere quei luoghi stando sospesi in aria come il pellicano, aggirandosi per i corridoi come la giraffa, trovando una comoda sistemazione su una sedia come il pinguino. L’intelligente utilizzo delle tecniche di postproduzione non è stato finalizzato a meravigliare con la spettacolarità ma a creare un’atmosfera onirica all’interno della quale le sue immagini hanno saputo trasmettere un messaggio delicatamente poetico.

 

Roberto Mutti

gennaio 2015

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