il silenzio di un giorno d’inverno

 

 

"Mario Daniele possiede l’inconsueta capacità di fotografare il silenzio.

I suoi paesaggi innevati rispettano geometrie grafiche e poetiche insieme,

raccontano spazi ed emozioni.

Ma soprattutto restituiscono il piacere e la serenità che nascono

dallo spegnersi di ogni rumore."

 

Giovanna Calvenzi

 

 

 

Metafore del silenzio

 

Paesaggi innevati avvolti in una luce soffusa, morbida, ovattata, dove le presenze degli alberi e le geometrie dei filari delle viti non si stagliano, ma affiorano e sfumano, compaiono lievi e intense nella nebbia, tra le brume, nel biancore della neve. Immagini sospese in un tempo senza tempo, quasi fiabesche, delicate come un disegno a matita su un foglio bianco con pochi tratti leggeri che non vogliono imporsi, ma suggerire l’incanto della terra e del non-svelato. 

Immagini quasi evanescenti, evocative e mai puramente descrittive, che si nutrono di quel vuoto e quel silenzio nei quali è possibile far emergere la voce della terra senza dissiparne il segreto, senza tradirne il linguaggio.

Mario Daniele ci offre i suoi paesaggi poetici e affabili, come un dono nato da uno sguardo amorevole e paziente che sa farsi accoglimento e ascolto, che si trasforma in un’esperienza affettiva, mentale ed emotiva, di fronte alla natura. 

Un dono capace di allontanare il rumore del mondo e l’ansia del tempo che incalza, per farci di nuovo udire la voce silenziosa della terra, per salvarla dall’oblio in cui sempre più la releghiamo. Simili a metafore del silenzio, le sue immagini ci invitano a un tacere rasserenante, a pensieri fluttuanti simili ai sogni ad occhi aperti, a fantasticherie dolci e profonde. Un invito che pare raccolto e rilanciato dai minuscoli ritratti che, come lievi contrappunti, accompagnano le immagini dei suoi paesaggi innevati. A loro volta evanescenti e leggeri, questi ritratti di volti spesso celati suggeriscono sguardi amorevoli, protesi verso un altrove o verso un’interiorità pensosa e serena.

 

Come guide gentili, tali immagini di visi nascosti e sguardi sospesi ci invitano a un possibile percorso verso il silenzio quale spazio dell’ascolto di sé e dell’incontro con un paesaggio che non è più inerte davanti a noi, ma ci ri-guarda e ci attraversa.

 

Testo di Gigliola Foschi, Curatrice

 

 

nei musei

 

Candore, delicatezza e silenzio. Vastità di spazi indeterminati e lievi, immersi in un tempo

come sospeso… Le immagini di Mario Daniele stupiscono per la capacità di coniugare

la dimensione dell’indefinito e quella della lievità. In ogni sua opera dilaga una luce candida,

un chiarore che non irrompe mai violento ma si trattiene nell’amabile vaghezza dell’indistinto,

dell’indeterminato. Nella serie Océan, le spiagge sono contemplate come dal crinale di un’alta

duna e sul limitare del mare si nota un pullulare di surfisti, resi simili a figurine grazie al punto

di vista sopraelevato, che riduce le proporzioni umane immergendole nell’immensità della

natura. In quella Nei musei non vediamo mai le sale espositive e neppure le opere, ma solo

spazi marginali o di passaggio: pavimenti o pareti dalle linee morbide e imbiancate; scorci

di scale; rientranze fra i basamenti di enormi colonne… Il tutto osservato sempre dall’alto o

da lontano, da un punto di vista che sembra quasi aleggiare a mezz’aria, così da aggiungere

un tocco di amabile irrealtà a questi spazi dove le figure umane paiono muoversi in punta di

piedi e sottovoce. Con le loro fattezze rimpicciolite dalla distanza, queste persone finiscono

così per somigliare agli individui fantastici del wee people, il “popolo minuscolo” del folclore

anglo-irlandese: folletti, gnomi, fatine che abitano gli anfratti dei boschi, gli angoli delle case.

Come se appartenessero al wee people, anche le silenziose figure di Daniele si muovono negli

interstizi: lungo il confine che divide terra e mare, o negli spazi di raccordo fra una sala e l’altra

dei musei. Ci mostrano questi spazi trasformati in luoghi sognanti e piacevoli da vivere.

Le immagini di questo autore fanno dunque capire che anche nell’indeterminato, nell’incerto

o nei cosiddetti “non luoghi”, si può trovare un lato affabile e incantato.

 

Gigliola Foschi, Curatrice

 

 

ocean 

 

Il lavoro Océan è un progetto compiuto e ben realizzato, visualmente e tecnicamente.

E permettete una piccola trasgressione: spesso i soggetti che gli autori eleggono sono

interessanti e originali, ma non sono poi risolti con consapevole funzione del mezzo

fotografia, dimenticando quei valori estetici che sono essenziali alla comunicazione.

Al contrario Mario Daniele domina la tecnica per realizzare immagini pulite e rigorose,

eppure venate da pathos intenso.

Ha affrontato la ricerca, le coste atlantiche della Francia, con apparente semplicità

disarmante: linee essenziali di sabbia e acqua, a volte punteggiate da minuscole presenze per

ancorare i luoghi dell’umana esistenza, che per nulla annebbiano la purezza del paesaggio.

Un paesaggio, e un insieme di notazioni delicate, che denunciano una grande sapienza di

vedere e selezionare, nel caos degli stimoli visivi, solo quel frammento di universo eloquente

per percepire i muti segni della vita. Poesia e libertà espressiva, colori sobri che contrastano

violentemente con tanta fotografia ‘‘gridata’’ e vuota di rimandi interiori, tanto di moda oggi.

Immagini ‘‘aperte’’ che concedono a noi la felicità di abbandonarci alla fantasia: memorie o

desideri.

 

Giuliana Scimé

Presidente di Giuria del LUCCAdigitalPHOTO Contest 2008

 

gennaio 2015

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